L'impatto del clima sulle 1.085 regioni vinicole europee e il futuro del vino italiano

Joerg Hartmann su Pexels
Quali regioni vinicole europee sono più esposte al cambiamento climatico, e quali hanno più strumenti per adattarsi? È la domanda a cui risponde uno dei lavori più ampi mai pubblicati sul tema: uno studio del 2024 su Nature Communications, firmato da un gruppo di ricerca di Eurac Research (Bolzano), Università Ca' Foscari di Venezia e Universidade de Trás-os-Montes e Alto Douro (Portogallo), che ha analizzato 1.085 regioni vinicole europee a Denominazione di Origine Protetta (DOP). Per una cantina italiana che esporta, non è un esercizio accademico: la geografia della vulnerabilità climatica europea determinerà, nei prossimi decenni, quali regioni manterranno il proprio posizionamento produttivo e quali dovranno trasformarsi.
Cosa hanno misurato i ricercatori
Lo studio incrocia tre dimensioni per ciascuna delle 1.085 regioni DOP analizzate: l'esposizione al cambiamento climatico proiettato (0 = esposizione minima, 1 = esposizione massima), la sensitività delle varietà coltivate rispetto alle nuove condizioni climatiche, e la capacità adattiva del sistema produttivo locale — quest'ultima costruita su cinque dimensioni (finanziaria, fisica, naturale, umana, sociale) e 15 indicatori differenti.
È un approccio più articolato rispetto ai semplici modelli di idoneità climatica: non si limita a dire "qui farà più caldo", ma prova a stimare se un territorio ha le risorse — economiche, infrastrutturali, di conoscenza — per adattarsi a quel cambiamento.
Chi è più esposto
Le regioni con il livello di esposizione più alto — sopra 0,7 su una scala 0-1 — si concentrano in Romania, Croazia, Bulgaria, Italia e Ungheria, spesso in aree montane (Appennini, Alpi, Carpazi). All'estremo opposto, le regioni con minore esposizione si trovano in aree a forte influenza oceanica come il Portogallo o le Canarie, oltre che alle latitudini più settentrionali (Belgio, Paesi Bassi), dove l'esposizione media resta sotto 0,4.
Il trend generale conferma quanto atteso: aumento delle temperature nella maggior parte delle regioni, riflesso in un incremento dell'Indice di Huglin e del Cool Night Index, accompagnato da una riduzione dell'Indice di Aridità — cioè condizioni progressivamente più secche.
Capacità adattiva: qui la fotografia cambia
Il dato più interessante per un'azienda che valuta partnership o investimenti export riguarda però la capacità adattiva, perché non coincide affatto con l'esposizione climatica. Il grafico seguente riassume i dati concreti riportati dallo studio:

Fonte: Tscholl et al. 2024, Nature Communications 15:6254.
Slovenia e Italia sono i paesi con la quota più alta di regioni collocate nel quartile superiore di capacità adattiva (rispettivamente 65% e 14% delle regioni), seguiti dalla Francia con meno del 10%. All'opposto, regioni della Spagna centrale e dell'Europa orientale — Slovacchia, Grecia, Romania, Bulgaria, Ungheria — mostrano livelli di capacità adattiva mediamente sotto 0,3.
Un dettaglio che lo studio sottolinea in modo specifico: le regioni spagnole tendono ad avere un'elevata capacità finanziaria, ma punteggi bassi su tutte le altre dimensioni — in particolare quella fisica e naturale — risultando in una capacità adattiva complessiva bassa. Il caso citato come esempio è La Mancha. Le regioni vinicole a latitudini più elevate — parti di Francia, Germania, Danimarca, Belgio, Paesi Bassi — si collocano invece su livelli intermedi di capacità adattiva, attorno a 0,5 (esempi: Rheinhessen in Germania, Alsazia in Francia).
Da dove arriva l'uva DOP europea: la concentrazione geografica
Un altro dato utile per contestualizzare il peso relativo dei diversi paesi produttori: tra le 1.085 regioni DOP analizzate, la maggioranza si concentra in Italia (35%) e Francia (31%), seguite da Spagna (8%), Bulgaria (4%), Romania (3%), Ungheria (3%) e Portogallo (3%). Questa concentrazione conferma quanto le due maggiori superfici DOP europee — italiana e francese — pesino nella determinazione delle traiettorie di adattamento del settore nel suo complesso: un cambiamento nella resilienza di queste due aree si riflette proporzionalmente su una quota maggiore della produzione DOP continentale rispetto a paesi con quote minori.
Le regioni a rischio più alto: alcuni esempi concreti
Lo studio classifica le 1.085 regioni in sei gruppi di vulnerabilità integrata, combinando esposizione, sensitività e capacità adattiva. Il 5% delle regioni vinicole europee rientra nel gruppo a vulnerabilità integrata molto alta (Gruppo 6) — quello che, secondo i ricercatori, affronterà gli impatti negativi più severi nei prossimi decenni per l'insieme di alta esposizione, alta sensitività e risorse di adattamento limitate. Gli esempi citati includono aree della Bulgaria (es. Southern Black Sea), Romania (es. Oltina), Ungheria (es. Hajós-Baja) e, per l'Italia, le zone di Trebbiano d'Abruzzo e Lambrusco Mantovano, oltre a un'area della Spagna (Sierra de Salamanca).
Un gradino sotto, nei gruppi 3-5 — vulnerabilità integrata alta ma con margini di risposta migliori rispetto al Gruppo 6 — lo studio colloca esempi come la Provenza sudorientale in Francia, il Conegliano Valdobbiadene Prosecco nel nord Italia, la Slovacchia orientale, l'Alentejo portoghese e la Rioja spagnola. È un dato rilevante perché mostra che anche denominazioni italiane di grande valore commerciale — non solo aree marginali — compaiono tra le regioni ad alta vulnerabilità integrata, sia pure con un profilo di rischio diverso rispetto al Gruppo 6.
Alcune di queste regioni hanno già iniziato ad agire sul piano regolatorio: l'Ungheria ha ridefinito alcune categorie di prodotto nel disciplinare di Kunság, mentre la Spagna ha aggiornato i parametri analitici ammessi per i vini di Cebreros. Sono precedenti utili per capire che modifiche mirate al disciplinare — non solo interventi agronomici in vigna — fanno già parte degli strumenti di adattamento in uso in Europa.
Perché il sistema delle Indicazioni Geografiche è un vincolo, non solo una garanzia
Lo studio evidenzia un punto strutturale spesso sottovalutato: il sistema DOP/DOC, che lega rigidamente varietà e pratiche colturali a un territorio specifico, rende difficile una risposta rapida al cambiamento climatico. A differenza di un produttore che opera fuori da un disciplinare rigido, una cantina DOP non può semplicemente sostituire la varietà coltivata con una più adatta al nuovo clima senza rischiare di perdere la denominazione stessa. Regioni note per vini da varietà come il Pinot Nero, se il clima cambia in modo tale da rendere quella varietà meno adatta, si trovano di fronte a un dilemma tra fedeltà al disciplinare e sostenibilità produttiva di lungo periodo.
Per una cantina italiana, questo significa che il tema non riguarda solo "quanto farà caldo nella mia zona tra 20 anni", ma anche quanto margine di manovra concede il proprio disciplinare di produzione per adattarsi — e se le istituzioni regionali/nazionali stanno già lavorando su meccanismi di flessibilità (varietà accessorie, soglie di tolleranza, procedure di modifica del disciplinare) prima che il problema diventi urgente.
Implicazioni pratiche per l'export
Per un'azienda che valuta partnership di lungo periodo o investimenti in una specifica area di produzione, tre segnali da questo studio meritano attenzione:
- L'esposizione climatica da sola non basta a valutare il rischio. Una regione ad alta esposizione ma con solida capacità adattiva (parte dell'Italia rientra in questo profilo) è in una posizione diversa da una regione ugualmente esposta ma con bassa capacità di risposta (Europa orientale, secondo lo studio).
- La concentrazione produttiva conta. Con oltre un terzo delle regioni DOP europee analizzate localizzate in Italia, le dinamiche di adattamento del sistema DOP italiano hanno un peso sproporzionato sulla stabilità dell'offerta europea complessiva — un argomento a favore della diversificazione geografica anche all'interno del proprio portafoglio di fornitura, se si opera come buyer o importatore.
- Il vincolo normativo dei disciplinari è un fattore di rischio a sé. Non è solo il clima a determinare la resilienza di una denominazione, ma anche la rapidità con cui il quadro regolatorio locale può adattarsi.
I limiti dello studio
Gli autori segnalano esplicitamente che i dati locali sulla capacità adattiva in viticoltura restano scarsi a livello europeo, e che l'analisi assume pesi uguali per i 15 indicatori utilizzati, in assenza di dati sufficienti per pesarli in modo specifico per regione. È quindi un quadro di confronto continentale ad alto livello, utile per orientare le priorità, non un sostituto di un'analisi di rischio climatico specifica per una singola azienda o vigneto.
Dati estratti da Tscholl, S., Candiago, S., Marsoner, T., Fraga, H., Giupponi, C. & Egarter Vigl, L. (2024). Climate resilience of European wine regions. Nature Communications, 15, 6254. Articolo pubblicato in accesso aperto con licenza CC BY 4.0.